SANREMO: CIÒ CHE RIMANE DI NOI

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Cosa rimarrà del 69esimo Festival di Sanremo?

Teatro Ariston (fonte rai.it)
Teatro Ariston (fonte rai.it)

Questa edizione ha segnato un netto ricambio generazionale. Degli artisti e, soprattutto, dei generi musicali in gara. Voglio essere molto diretto: era ora.

Perché il Festival aveva bisogno di aprirsi, di svecchiarsi, di rivolgersi e coinvolgere un pubblico più ampio. E spalancare le porte alla diversità di generi era l’unica possibilità, considerando l’eterogeneità del pubblico attuale.

Ma torniamo alla domanda principale.

Le canzoni non sono capolavori, nessuna, e neppure le interpretazioni sono davvero degne di nota, a parte due o tre casi.

Di questo Festival non resterà altro che una domanda, un grande punto interrogativo: Sanremo, perché ti ostini a voler far ridere (fallendo miseramente)?

Negli ultimi anni, il Festival si ostina a fare comicità. Una comicità martellante, esagerata, forzata.
Patetica, insomma. Quest’anno più dei precedenti.
Ogni sera, guardando Sanremo, sempre lo stesso pensiero: quando arriva lo sketch comico (colico)? Ma soprattutto, quanto sarà ridicolo?

Virginia Raffaele, Claudio Baglioni e Claudio Bisio (fonte Ansa)
Virginia Raffaele, Claudio Baglioni e Claudio Bisio (fonte Ansa)

Diverse volte mi sono sentito in imbarazzo per i conduttori, Claudio Bisio e Virginia Raffaele in particolare.
Perché loro sono dei professionisti, ci hanno sempre fatto divertire e riflettere, ma a Sanremo si sono trovati a (dover) fare “comicità” a vagonate, del tutto priva di qualità, senso e naturalezza.
Non ha fatto ridere. Quasi nulla.

E hanno provato di tutto, dalla classica satira al sarcasmo e allo sberleffo verso le freddure di Baglioni, dalle imitazioni alle parodie delle canzoni.
Hanno provato anche i monologhi, con un Bisio in gran forma. Un paio sono stati interessanti, si è visto che erano ben più ragionati e, al tempo stesso, sono apparsi naturali.

Gli unici momenti divertenti, invece, sono stati quelli in cui Bisio ha letto i tweet degli haters.

Perché lo spettatore empatizza con quei poveri imbecilli che hanno scritto quelle idiozie, magari pure sgrammaticate, sui social.

E ridere di sé, o autocommiserarsi, funziona sempre.

Soprattutto nel Festival di una canzone italiana che, forse, autocommiserarsi è l’unica cosa che oggi può fare. Nell’attesa che le poche eccezioni (speranze) restituiscano valore e potenza al suono e al contenuto della musica nostrana.


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