NERO SU BIANCO: NON CHIEDERCI LA PAROLA

La rubrica Nero su bianco di oggi è dedicata a questa meravigliosa poesia di Eugenio Montale, considerata il suo trattato di poetica.

Siamo nel 1925, l’anno forse più importante della vita del poeta. Infatti non solo sottoscrive il Manifesto degli intellettuali antifascisti, ma pubblica anche la sua prima raccolta di versi, Ossi di seppia, della quale fa parte la poesia in questione.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato (1923) introduce la sezione che dà il titolo all’intera raccolta e, per molti aspetti, ne è la più rappresentativa.

Uno su tutti è la rappresentazione del male di vivere quasi leopardiano, tipico di tutta l’opera. In questa poesia è illustrato come la paralisi della conoscenza che rende il soggetto incapace di definire se stesso e il senso della propria esistenza.

Tralascerei la semplice parafrasi e l’analisi che si potrebbe fare dello schema metrico e di tutte le figure retoriche (non poche), e mi concentrerei sul significato di questi versi e su alcuni dei riferimenti che si possono individuare.

Montale fin dai primi versi prende le distanze da chi crede di aver trovato la verità assoluta che mette a fuoco sotto ogni profilo il nostro animo privo di certezze.

Nel primo verso mette al centro la parola, e viene subito in mente Giuseppe Ungaretticon il suo stile incentrato sulla forza della parola singola.

Va menzionata la tecnica del correlativo oggettivo, tipica di Montale, anche in questa poesia (nei versi 3-4, ad esempio). Sostanzialmente si traduce nell’uso di immagini, situazioni e oggetti concreti per spiegare cose astratte.

Nella seconda quartina, invece, Montale critica chi crede di avere certezze su se stesso e sugli altri, perché non si preoccupa del lato oscuro della vita.

Insomma, le apparenti sicurezze dell’uomo sono solo convinzioni ingannevoli.

Nella terza ed ultima quartina Montale invita a diffidare di chi crede di aver trovato la formula che fa luce sulle vicende della storia e sulle inquietudini umane. Usa proprio il termine formula per paragonare il poeta che crede di aver trovato tutto ciò a un mago (tradotto: ma chi si crede di essere?!).

Una più profonda lettura fa notare a una pesante critica a Mussolini, che proprio in quel periodo comincia a porre le basi del regime fascista.

Montale scrive che al poeta si può chiedere solo qualche storta sillaba. Prende dunque le distanze anche da Dante e dalla sua diritta via, per una verità negativa, frammentaria, incerta e sconosciuta.

Ma la definitiva risposta di Montale sta negli ultimi due versi, i più famosi: codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Egli, infatti, non ha alcun segreto risolutivo, ma solo dubbi e incertezze, o anche una conoscenza, ma raggiungibile solo indirettamente, per antitesi.

In particolare, l’ultimo verso sembra un’altra stoccata al fascismo e alle fedi in generale. Della serie “se c’è qualcuno che pretende di sapere la verità, sappiamo che quella non lo è”.

Una filosofia che ricorda molto la canzone C’è chi dice no, di cui magari parlerò nella prossima puntata della rubrica musicale Note di colore.

 

#CommentoFinale

Stupefacente. Emozionante. Secondo me la sua poesia più significativa.

Da trascrivere e conservare nel cassetto del comodino. Ma non troppo in fondo.

 


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Una risposta

  1. 28 settembre 2018

    […] anticipato – non è un caso – nella puntata di Nero su bianco dedicata a una poesia di Eugenio Montale, stavolta la rubrica Note di […]

     

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