NERO SU BIANCO: LA MORTE DI IVAN IL’IČ

Cosa prova chi sa di essere malato e vicino alla morte? Come vorrebbe essere trattato?

Il breve ma favoloso romanzo di Lev Tolstoj rivela questo e tanto altro.

Ed è per questo che ho deciso di dedicargli una puntata della rubrica Nero su bianco.

Ivan Il’ič fin da ragazzo ha seguito le orme del padre. Intelligente, vivace, piacevole ed educato, conclude con profitto gli studi all’Istituto di Diritto e inizia la sua brillante carriera. Inizialmente delegato speciale presso il governatore, poi come giudice istruttore.

Durante quest’ultima esperienza incontra quella che poi diventa sua moglie, una ragazza graziosa e di buona famiglia.

Con il matrimonio e la nascita dei tre figli, nonostante la promozione a sostituto procuratore e la vita agiata, cominciano i problemi.

Aveva fatto la sua comparsa qualcosa di nuovo, di inaspettato, spiacevole, pesante e sconveniente che Ivan Il’ič non si sarebbe mai aspettato e di cui non avrebbe potuto liberarsi più.

Sua moglie è cambiata, senza alcuna ragione, e Ivan Il’ič trova riparo nel suo lavoro. Viene trasferito in un altro governatorato con le mansioni di procuratore generale. Se anche lo stipendio è più alto, però, la vita è molto più cara. Inoltre alla moglie non piace il posto e sfoga sempre più sul marito la sua repressione.

È in queste circostanze che, quasi per caso, grazie a un suo amico e collega, Ivan Il’ič ottiene una nomina importante, che gli risolve i problemi economici e coniugali. Trova una bella casa e si impegna in prima persona ad allestirla come si deve.

Ma una volta, per mostrare al tappezziere, che non capiva, come drappeggiare le tende, salì sulla scala, mise male il piede e cadde, sbattendo il fianco sulla maniglia della finestra.

Da quel giorno la vita di Ivan Il’ič cambia radicalmente. Infatti, se all’inizio era solo un livido sul fianco, ben presto diventa un cattivo sapore in bocca, un fastidio all’addome e poi un dolore atroce e persistente che lo accompagnava tutto il giorno, tutti i giorni. Diventa estremamente irritabile, intrattabile e non riesce più a concentrarsi mentre lavora.

Nessun medico riesce a dargli una diagnosi valida, tantomeno un rimedio.

Il dolore al fianco continuava ad affliggerlo, era come se aumentasse, se divenisse costante; il sapore in bocca diventava sempre più strano, gli sembrava di emettere dalla bocca un odore ripugnante e l’energia e l’appetito diminuivano sempre più.

Ivan Il’ič vede che sta morendo, ed è disperato. Coglie il significato di ogni aspetto, momento e scelta della sua vita, ma soprattutto diviene consapevole dell’irriconoscenza e della noncuranza che i suoi famigliari gli riservano.

Nessuno è in grado di stargli veramente vicino, tranne Gerasim.

Solo Gerasim la comprendeva (la sua situazione, ndr) ed era solidale. Per questo stava bene solo con lui.

Si sente meglio non appena lo vede, ma ciò non basta.

Ivan Il’ič fa un profondo respiro, lo sospende a metà, rilascia il suo corpo e muore. E noi traiamo l’ultimo respiro insieme a lui. 

Ivan Il’ič siamo noi.

Pagina dopo pagina ci identifichiamo con lui, la sua rabbia, la sua insicurezza, il suo dolore, la sua solitudine, la sua paura. Uno scritto che va vissuto in prima persona, per comprenderlo appieno.

#CommentoFinale

Lev Tolstoj riesce a metterci a nudo con noi stessi, a farci meditare. Scritto magnificamente, asciutto, scorrevole e davvero accattivante. Un testo che non finisce con l’ultima pagina.

Sconvolgente. Illuminante. Imperdibile.


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