L’ARTE: IL PONTE TRA RAZIONALITÀ ED EMOZIONI

Qual è il senso della vita? La vita ha davvero un significato? Se sì, qual è? Dove lo si può trovare? E chi lo stabilisce?

Siri, qual è il senso della vita?

Fin dall’antichità l’umanità si preoccupa di trovare un senso all’esistenza. Si tratta di una ricerca incessante che coinvolge politici, filosofi, religiosi, studiosi di tutti gli ambiti, artisti e, in generale, tutti coloro che sono interessati a trovare risposte al dilemma se l’esistenza abbia un significato.

Questo perché l’essere umano è un essere pensante, non guidato da istinti e consapevole di sé e della propria presenza nel mondo. Dunque, per cercare di soddisfare questi problemi, tutte le religioni ed innumerevoli pensatori hanno proposto (o imposto) le loro soluzioni, le prime basandosi sulla fede, i secondi sulla razionalità.

Ma tutto ciò spesso non basta.

Ci sono esercizi che consentono di valutare il modo in cui assumiamo decisioni, che ci fanno toccare con mano il fatto che non siamo animali razionali come, invece, sosteneva Aristotele. Uno dei più noti ci chiede di immaginare un treno senza freni che, non potendosi fermare, è destinato ad andare avanti e investire cinque persone che verranno sicuramente uccise. Però è possibile, per una persona che si trova lì vicino, premere un pulsante e deviare il treno in un binario affianco dove c’è un solo individuo. La stragrande maggioranza delle persone reputa assolutamente morale e doveroso schiacciare il pulsante, in quanto si salvano, di fatto, quattro vite. Si consideri, poi, la stessa situazione dove, però, invece di pigiare un pulsante per deviare il percorso del treno, si ha la possibilità di spingere una persona sul binario, in modo da fermarlo, uccidendo uno per salvarne cinque. In questo caso la situazione si ribalta, perché tale atto viene considerato profondamente immorale.

Questo accade poiché nel primo caso si attiva, nel nostro cervello, solo la parte adibita alla pura razionalità, mentre nel secondo caso si attiva anche quella potentissima delle emozioni.

Insomma, senza saperlo e senza volerlo siamo altamente dominati dalle emozioni.

È proprio per questo che interviene l’arte, che meglio di ogni altro strumento riesce a cogliere gli aspetti che la parte razionale del nostro cervello ignora. Un’opera d’arte emoziona chi la ammira, la legge o la ascolta, fa immedesimare il suo pubblico nei personaggi e nelle situazioni che descrive, raffigura, racconta, rappresenta.

Si pensi al capolavoro di Vasco Rossi “Un senso”, dove il cantante trasmette la sua frenetica e quasi rabbiosa voglia di trovare un senso alla sua vita, anche se questa non ce l’ha. Quando la ascoltiamo diveniamo un po’ tutti Vasco Rossi, tutti tesi alla ricerca di un senso alla nostra esistenza, alla nostra situazione, alla nostra storia.

Costantino Kavafis, in Itaca del 1911, scrive “Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

Siamo tutti Ulisse, e forse sono proprio quel desiderio di conoscenza e quella ricerca ininterrotta di nuove e stimolanti esperienze a dar senso all’esistenza, non certo il fatto di aver raggiunto il tanto desiderato e sudato obiettivo.

L’arte crea mondi diversi, sensazioni ed emozioni attraverso parole, melodie, colori, forme, immagini e interpretazioni.

Immagine scena da “La vita è bella”

Nel film “La vita è bella”, ad esempio, Roberto Benigni riesce a inventarsi e dare un senso a una vita in un lager tedesco, convincendo suo figlio che si tratti di un gioco, una sfida, tra l’altro appassionante e divertente.

Lev Tolstoj

Lev Tolstoj, ne “La morte di Ivan Il’ič”, riesce in modo magistrale a farci calare nei panni del protagonista, un malato terminale, che non sopporta gli amici e i famigliari che lo trattano come un buono a nulla e fingono che non stia morendo e che, per ottenere qualche buon risultato, gli basti starsene tranquillo e curarsi.

Andava tutto bene perché non si ricordava di lei (la morte, ndr), perché non la vedeva. Ma bastava che, mentre lui stava spostando la roba, la moglie gli dicesse: ‘Lascia che lo facciano gli altri, ti farai male di nuovo’ e di colpo lei baluginava oltre il paravento, e lui la vedeva. […] E andava nel suo studio, si sdraiava e restava nuovamente con lei. A quattr’occhi con lei, senza poter far niente. Tranne guardarla e rabbrividire.

“L’arte non insegna nulla, tranne il senso della vita”, diceva Henry Miller. E forse non aveva tutti i torti.

 


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3 Risposte

  1. 13 aprile 2018

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  2. 2 luglio 2018

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  3. 12 luglio 2018

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