IL TORMENTO E L’ESTASI

Perché l’educazione all’arte è la materia trasversale nelle scuole frequentate dai ceti abbienti, mentre i figli del proletariato devono imparare a lavorare il prima possibile e devono pensare che l’arte sia una noia pazzesca?

Sarà perché il fatto di porsi delle domande intellettualmente stimolanti e non fermarsi alla superficialità delle cose spaventa le élite di potere? O, magari, perché a quei pochi “eletti” serve mantenere le masse in stato di ignoranza, perché così facendo al proletariato risulta del tutto incomprensibile il linguaggio aulico della casta e, di conseguenza, è decisamente più facile controllarlo?

Insomma, imparare a conoscere e ad amare l’arte è pericoloso, perché in primo luogo chi studia materie fine a sé stesse non diventa un buon consumatore, mentre i classici si possono anche prendere in prestito e si rileggono tante volte. Chi si allena ad interpretare ciò che vede e ciò che legge acquisisce senso critico e libero giudizio, a volte diventa creativo, ma sempre si nutre l’immaginazione e la riflessione profonda sulle cose.

Conoscere l’arte permette di guardare il mondo in modo diverso, con maggior spirito di osservazione.
Per quanto riguarda l’educazione professionale al lavoro, sempre più imponente negli istituti tecnici e professionali, beh, ci sarebbe da spendere più di qualche parola. Per essere breve, partirei dal presupposto che sostenere con decisione questo tipo di formazione in nome del pragmatismo, cioè del “concreto”, di ciò che conta davvero, è assolutamente fuorviante.

Come si può pensare di insegnare per 5-10 anni un lavoro in un periodo storico economicamente e tecnologicamente dinamico come quello attuale, in cui un giorno sì e l’altro pure sorgono nuovi bisogni da soddisfare e in cui vengono inventati macchinari o sistemi che sostituiscono del tutto le figure professionali preesistenti e rivoluzionano le modalità di lavoro?

Ciò non significa che l’alternanza scuola-lavoro è una perdita di tempo inutile o, addirittura, dannosa, anzi, apre gli occhi su come si vorrà o non si vorrà passare il tempo finiti gli studi, e questo non assolutamente è male. Quello che non va negli istituti tecnici e professionali è l’eccesso di informazioni tecniche mirate a un determinato settore o, addirittura, a un singolo mestiere, e la miseria di ore dedicate alla formazione culturale della persona in senso ampio.

Letteratura si fa anche al tecnico, certo, ma dovendo infilare in quelle 4 ore a settimana tutto quello che è impossibile non trasmettere, si finisce per non insegnare neppure letteratura. Al classico, per fare un esempio, letteratura si studia in italiano, inglese, latino e greco, poi ci sono filosofia, storia e storia dell’arte. Tutte queste materie creano una sinergia virtuosa che è impossibile costruire in 4 ore settimanali. E quando mai uno avrà il tempo e la voglia per rifarsi, una volta finita la scuola?

Imparare un lavoro come quelli che si insegnano ai tecnici e ai professionali, invece, è relativamente semplice e veloce, soprattutto se è necessario per mangiare.

L’economia è e deve essere al servizio dell’uomo, non viceversa.

 

Questo articolo nasce come approfondimento di questo pezzo sulla ricerca del senso della vita.

 


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2 Risposte

  1. 16 aprile 2018

    […] IL TORMENTO E L’ESTASI […]

     
  2. 28 aprile 2018

    […] IL TORMENTO E L’ESTASI […]

     

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