ROBOTICA E ISTRUZIONE: UN MATRIMONIO POSSIBILE?

I robot sono sempre più in grado di sostituirci in moltissime mansioni, ma che ne sarà della scuola?

Nativi digitali”: così sono stati definiti coloro che sono nati quando la rete e gli strumenti tecnologici di comunicazione digitale erano ormai parte della vita quotidiana.

Per questo motivo politici, sociologi, formatori ed educatori in varie forme e con diverse modalità sostengono che i giovani d’oggi necessitino di un sistema educativo sempre più aperto, dinamico e attento alle innovazioni tecnologiche. Lo vediamo nei provvedimenti messi in atto dai legislatori internazionali per stimolare, incentivare o, addirittura, imporre l’uso di tablet, lavagne interattive, manuali in versione digitale e altri dispositivi digitali nelle classi.

I motivi, a un primo impatto, appaiono del tutto condivisibili e razionali, ma lasciano qualche dubbio se messi al vaglio di un’analisi più approfondita e lungimirante.

Oggi molti valutano in modo estremamente positivo l’applicazione della robotica nell’istruzione, sostenendo che porterebbe un maggiore coinvolgimento nel processo di apprendimento, un incremento delle competenze di problem solving e un ampliamento della capacità di progettazione del lavoro.

L’intelligenza artificiale è entrata da tempo nelle nostre scuole come strumento per velocizzare gli adempimenti burocratici e consentire un’interazione immediata tra scuola e famiglie con risultati positivi. È tutt’altra questione, però, l’impiego di strumenti e metodi di formazione prettamente computazionali o, magari, la sostituzione completa di robot con intelligenza artificiale agli insegnanti, che oggi sono i protagonisti della formazione dei giovani (e non solo).

Tralasciando le significative e facilmente immaginabili conseguenze dell’eliminazione totale dei rapporti umani nei complessi processi di insegnamento e, dall’altro lato, di apprendimento, è interessante concentrarsi sugli aspetti più concreti: la qualità del risultato e le prospettive nel tempo.

È possibile riuscire a sostenere ore e ore di lezione ascoltando una voce meccanica, che non ha bisogno di pause, riflessioni ed è capace di continuare a spiegare a prescindere dal contesto circostante (luce, rumore, attenzione, …)?

Lo spreco di tempo sarebbe annullato, o quasi, le correzioni delle prove sarebbero perfette, le spiegazioni sempre complete di ogni minimo dettaglio e le spese per i corsi di aggiornamento azzerate, certo. Ma che dire delle domande di chi ascolta? L’intelligenza artificiale è davvero in grado di rispondere a tutto quando si esce anche solo di una virgola dal pur sempre limitato algoritmo che ne sta alla base?

E che dire dell’attenzione in classe? Un formatore deve sicuramente saper parlare il meglio e il più a lungo possibile, ma, allo stesso modo, deve sapersi fare ascoltare, altrimenti ogni parola sarebbe sprecata.

I robot sono o saranno presto in grado di richiamare al silenzio, di chiedere di accendere la luce, di rimproverare chi disturba, di memorizzare i nomi degli studenti e di mantenere un clima adeguato all’interno della classe, ma certamente non saranno mai sensibili, perspicaci, ironici ed in grado di elargire le gratificazioni che spesso i ragazzi meritano o, magari, di cui hanno bisogno per riuscire ad andare avanti.

In molti settori i significativi progressi tecnologici nel campo della robotica, soprattutto relativi alla diffusione, alla semplicità d’uso, all’accessibilità, alla vastità della memoria e, quindi, al potenziale, rappresenteranno sicuramente un miglioramento.

Sarebbe davvero stupendo far svolgere ogni mansione ripetitiva, pesante o pericolosa ai robot e dividerci equamente le ricchezze prodotte. Potremmo fare esclusivamente ciò che ci appassiona e per cui ci sentiamo realizzati. Potremmo essere più felici, insomma.

Ma sarebbe assurdo robotizzare settori che l’umanità deve gelosamente preservare per se stessa, innanzitutto perché si tratta di attività che sono in grado di rendere felici coloro che le svolgono.

Il mestiere dell’insegnante, se fatto a dovere, è un’arte.

L’insegnante non si limita a impartire delle nozioni ma insegna anche a vivere, a crescere, a ragionare, a combattere, a sognare, a collaborare, a partecipare, a discutere e a confrontarsi con gli altri, spesso solo con l’esempio.

Come si può pensare che una macchina sia in grado di fare tutto ciò? Ma soprattutto, perché si dovrebbe delegare un’attività così gratificante?


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2 Risposte

  1. 27 gennaio 2018

    […] ROBOTICA E ISTRUZIONE: UN MATRIMONIO POSSIBILE? […]

     
  2. 4 febbraio 2018

    […] ROBOTICA E ISTRUZIONE: UN MATRIMONIO POSSIBILE? […]

     

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